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Obiettivo: Raggiungere risultati personali facendo gioco di squadra
Descrizione: Abbiamo avuto il piacere di parlare con Giampiero Sacchi, come dire il motociclismo in persona. Arrivato nel Motomondiale nei primi anni '80 è stato al fianco di campioni come capirossi, max biaggi, Valentino Rossi, Poggiali e Jorge Lorenzo.
l'intervista:
In uno sport come il motociclismo, quanto conta l'individualità, la volontà di emergere e quanto conta lo spirito di squadra?
Conta un po' tutto, perché l'attore finale è sicuramente il pilota, ed è sulle sue spalle che ricadono oneri ed onori delle sue prestazioni: che lui sia bravo in pista è innegabilmente merito suo, nessuno saprebbe ottenere dalle motociclette le prestazioni che sanno “esprimere” certi talenti. Ma c'è un ma: per arrivare sulla griglia di partenza il pilota ha bisogno di una grande moto, di una grande squadra e assolutamente anche di molti soldi che premettano a tutta la macchina di stare in piedi e di girare. Così, una grande squadra senza un grande pilota non riesce a fare niente; ma un grande pilota senza una grande squadra e una grande industria dietro che gli prepara una grande moto, è difficile che vinca. Le due cose sono davvero inseparabili, anche se poi gli onori e la gloria vanno solo al pilota, forse giustamente...
Giovanissimi che salgono su due ruote per correre a tutta velocità. Quanto c'è di sfida verso sé stessi e quanto di sfida all'avversario?
Noi come Aprilia in quest'ambito abbiamo svolto, in collaborazione con la Federazione Motociclistica Italiana e il settimanale Motosprint, la più grande selezione di tutti i tempi. Il programma si chiama “Junior GP” e in tre anni abbiamo selezionato quasi 700 bambini, che andavano da 12 a 13 anni, per poi correre dai 13 ai 16. Fra le varie prove, che non erano solo agonistiche, c'era anche un colloquio ed è emerso che molti piccoli piloti non avevano nessuna voglia di correre. Questi bambini erano venuti lì a provare le moto soltanto perché spinti dai genitori. Questo è un dato che deve far riflettere. Come il caso di Jorge Lorenzo, il campione del momento, che a 3 anni è stato messo su una minimoto dal padre, e non credo che quell'età si abbia la facoltà per poter scegliere lo sport che si vuole fare. A mio avviso la passione arriva un po' dopo, quando il ragazzo ha 13, 14 o 15 anni. Ma è quello il momento in cui avviene la scrematura, perché è inutile che il papà spinga il bambino a correre, se poi il bambino non è bravo. Che cosa porti poi un bambino, una volta raggiunta l'adolescenza, a diventare un campione di moto, sono sicuramente le sue grandi capacità e anche una grande voglia di arrivare. E qui probabilmente c'entra ancora una volta la famiglia. Molti dei campioni, infatti, anche se non tutti – ad esempio Loris Capirossi, i cui genitori sono felicemente sposati da una vita –vengono da famiglie con genitori separati, o hanno perso un genitore. Quindi si può pensare che siano queste grandi lotte interne che li portano ad avere successo, uno spirito di rivalsa nei confronti della vita e della sofferenza causata da queste perdite, anche se affrontato da ciascuno in modo diverso, con maggiore o minore serenità.
Cosa è indispensabile per essere un buon manager nel mondo della moto?
Quando ho cominciato io a fare questo mestiere, negli anni '80, manager ancora non ce n'erano. E in 20-25 anni di campionati del mondo ho sempre visto persone che, alla fine della loro esperienza - molte volte non positiva - con un pilota, forse sarebbero stati pronti a continuare, ma non hanno trovato altri corridori sulla piazza. Il manager di un pilota – e di una moto – è un mestiere molto complicato dove, se ti fai subito sopraffare dalla voglia di denaro, costringi poi la risorsa verso una carriera frettolosa dove si tenderà più a prendere l'uovo che la gallina. Un manager vero, invece, con il senso della responsabilità e con una grande esperienza alle spalle, predilige sempre per il pilota una carriera lunga anche se fatta di guadagni meno importanti; una carriera vera, che lo porti sicuramente a correre per più tempo e ad avere una presenza sportiva più duratura. È importante allora, per il manager, proprio avere questa grande esperienza unita ad una profonda conoscenza del mondo in cui ci si muove. Distinguiamo però il manager del pilota dal team manager della squadra: a quest'ultimo spetta il compito di creare quella serenità di gruppo e quell'affiatamento che permettono poi al pilota di scendere in pista con altrettanta serenità. Attenzione perché sono due cose estremamente diverse. |