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Diversity & Inclusion, il vero valore nelle organizzazioni

29 Ottobre 2026

Sul tema diversity & inclusion vengono quotidianamente pubblicati libri, trattati, post e video. Ho notato che, nella maggior parte dei casi la diversità viene intesa come una caratteristica di gruppi sociali, mentre l’inclusione viene considerata qualcosa da perseguire attraverso programmi e politiche ad hoc. Insomma, si parla di problematiche da affrontare con interventi socio-politici di ampio respiro.

Ma cosa accade a livello personale e, quindi, culturale?

Diversity & Inclusion: oltre le differenze tra gruppi sociali

Esistono tipi diversi di diversity (scusate il bisticcio): ieri si parlava soprattutto di quella di genere, oggi si parla molto di quella generazionale o legata all’orientamento sessuale.

Spesso i detrattori della D&I adducono argomentazioni legate alla sicurezza, al mantenimento dell’ordine naturale o, ancora, alle tradizioni, alla cultura e alla religione. A questo proposito, è sintomatico l’atteggiamento dell’amministrazione Trump negli USA nei confronti dei programmi di D&I, drasticamente ridimensionati o ostacolati.

I sostenitori, dal canto loro, ribattono attribuendo queste posizioni reazionarie alla cosiddetta “paura del diverso”. È proprio questa locuzione ad aver attratto la mia attenzione.

La paura del diverso e il bisogno di somiglianza

Avere paura del diverso, così come sentirsi vicini a chi ci somiglia, è probabilmente qualcosa di naturale che ognuno di noi ha provato. La paura è un’emozione di base, funzionale all’attivazione del nostro sistema nervoso autonomo, che si predispone alla fuga o alla difesa ogni qualvolta riconosce nella diversità un potenziale rischio.

Eppure, a ben vedere, nel mondo esistono solo differenze: per incontrare due elementi uguali bisogna andare a livello subatomico. Non esistono due persone uguali, non esistono due oggetti uguali, non esistono due gocce d’acqua assolutamente uguali. Percepiamo molte similitudini e, in base a esse, raggruppiamo gli individui e attribuiamo loro determinate caratteristiche, alcune apprezzabili, altre no. Questo accade perché, come scrisse Borges, notiamo le similitudini solo perché ignoriamo le differenze.

Se abbiamo paura del diverso, dovremmo temere tutti e tutto. Se ciò non accade continuamente, è solo perché il nostro sistema nervoso ha bisogno di cogliere elementi di similitudine per riconoscere e orientarsi nel mondo.

Quando le similitudini ci impediscono di vedere le differenze

Ma allora, in qualche modo, stiamo ricreando Matrix: un mondo in cui ci illudiamo di vivere, fatto di persone che crediamo simili a noi, situazioni ed esperienze che pensiamo di conoscere già.

Pensiamo all’espressione “ho vissuto la tua stessa esperienza”… non trovate che sia assurda? Eppure, è proprio questo il meccanismo che spesso ci porta a credere di aver capito l’altro.

Parliamo di meccanismi che svolgono delle funzioni, ma che hanno limiti evidenti.

Il valore delle distinzioni nella cultura dell’inclusione

A mio avviso, la D&I non dovrebbe consistere solo nel riconoscere che gruppi diversi da noi hanno gli stessi diritti – cosa peraltro sacrosanta – ma anche nell’allenarsi e allenare gli altri a cogliere le differenze e a convincersi che, nel mondo reale, non vi sono altro che differenze.

Le distinzioni, siano esse percettive o linguistiche, arricchiscono il nostro universo, le similitudini alimentano Matrix.

Come ha detto lo psicologo Craig Haney: “Più discrimineremo tra le cose (e le persone) e meno discrimineremo contro le cose (e le persone)”.

Queste parole per me racchiudono un insegnamento prezioso, forse fondamentale, non solo per convivere nelle organizzazioni, ma anche per migliorare la società tutta.

Sviluppare una maggiore consapevolezza dei nostri meccanismi percettivi è un primo passo per migliorare le relazioni, la collaborazione e la cultura organizzativa.

Bruno Benouski
Autore:
Bruno Benouski
Co-Founder Fedro


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