Nelle aziende oggi convivono quattro generazioni differenti: dai baby boomers, passando per la generazione X e i millennials, fino alla generazione Z. Presto ne arriverà una quinta – la generazione Alfa – portando un nuovo livello di complessità.
Questa eterogeneità non deve essere vissuta come problema, bensì come opportunità. Ma per coglierla servono consapevolezza, ascolto e la capacità di andare oltre i bias che ognuno porta con sé nel mondo del lavoro.
Spesso, infatti, le persone si guardano attraverso dei filtri rigidi, spesso limitanti. In ottica generazionale, ad esempio, ciò che è “prima” viene percepito come vecchio, obsoleto, poco flessibile, mentre ciò che è “nuovo” come fragile, superficiale ed evanescente.
I team intergenerazionali che stanno affrontando bene questa evoluzione sono quelli che hanno compreso l’importanza di venirsi incontro e di guardare alla persona – e non alla data di nascita – per lavorare bene insieme.
Chi, apparentemente, sembra arrancare di più nell’interazione con i colleghi e i dipendenti più giovani sono i lavoratori appartenenti alla cosiddetta generazione X (nati tra il 1965 e il 1980).
Dopo alcuni anni di divulgazione sui temi generazionali, e centinaia di ore spese ad ascoltare i reciproci bias che spesso dividono le generazioni, mi sono convinta che alla radice dell’incomunicabilità e di molti bias ci sia proprio l’invidia.
Quell’emozione spiacevole che nasce dal confronto con chi, dal nostro punto di vista, ha qualcosa che a noi manca, o che ci spetterebbe al loro posto, o che non merita….
Mi sono convinta che lo sguardo non benevolo che spesso spinge la nostra generazione (la X per l’appunto) a esprimere critiche e dissenso o anche solo mancata capacità di comprensione verso i valori e gli atteggiamenti delle generazioni più giovani sia dovuto proprio al confronto con ciò che non ci è stato concesso, o che non ci siamo permessi.
Anche a noi, ormai quasi sessantenni, sarebbe piaciuto affrontare il mondo del lavoro come fanno loro, con la stessa attitudine alla protezione della propria vita e del proprio tempo oltre il lavoro, con lo stesso coraggio nel disconnettersi dalle responsabilità lavorative, con la stessa capacità di chiedere e la stessa caparbietà nel cercare la propria gratificazione immediata.
Invece noi della generazione X siamo cresciuti con gli stessi messaggi della generazione Baby Boomer nelle orecchie, il sacrificio prima del piacere, dimostrare prima di chiedere, l’impegno prima del premio. Siamo stati abituati a non prendere gli ascensori riservati ai dirigenti, a lasciare le emozioni fuori dalla porta scorrevole del luogo di lavoro, ad abbandonare poi le nostre ambizioni a vantaggio di colleghi più anziani che in pensione non potevano andare.
Il biasimo che colgo nelle parole di molti manager quando mi descrivono i loro collaboratori più giovani nasconde secondo me un velato e forse inconscio apprezzamento, quando rimangono sorpresi e infastiditi quando un collaboratore risponde a un messaggio dicendo “sono in ferie, ne parliamo lunedì”. Se guardassero meglio dentro di sé, potrebbero scoprire ammirazione e appunto invidia… “avessi potuto farlo io!”.


